top of page
piccolemorti001
piccolemorti001

press to zoom
piccolemorti002
piccolemorti002

press to zoom
piccolemorti003
piccolemorti003

press to zoom
piccolemorti001
piccolemorti001

press to zoom
1/3

Piccole Morti

Ma se ti chiamo ora dormi già?

Di già, avrei voluto scrivere, poi mi sono accorta che è presto per ricondursi ad una nuova flessione linguistica.

Sono entrata nella mia stanza,

gli scuri ancora aperti,

gli asciugamani di lino appesi al legno delle finestre,

l'odore di palo santo,

il mio mutare

negli abiti

dalla veglia

al sonno

il comó vecchio - che i cassetti si chiudono male -

la raccolta dei fiori di malva sulla scrivania,

il finocchietto selvatico appeso alle pareti del telaio

della finestra

che guarda il monte

con la tenda arrotolata

- libri ovunque -

e quella voglia di primavera con il vento fermo,

senza sentire gli odori dei fiori,

quella primavera fatta di nuovo e di ossi,

di ossa,

la carne è finita

l'amore cocente

dimenticato, sospeso, ghiacciato senza temperatura, è più semplice, non c'è più persempre,

e prendo ogni parola con guanti sottilissimi, per le ali,

la tengo nell'aria di un barattolo per ore e giorni,

non la consumo prima di ventiquattro ore,

come se a ricevere

messaggi,

scritti,

saluti

fosse una buca della posta di una casa isolata

ai bordi del paese

al limitare del bosco

a cui un postino stanco giunge a giorni alterni

- proteggo i pensieri da me stessa -

lavo i capelli con un sapone giallo,

un disco spesso di malgama odorosa

sbatto i polsi verso la terra

perché il formicolio non avanzi

taglio a piccole ciocche gli ulivi

come la domenica delle palme

sono stata bambina in chiesa

e fuori, a casa

con l'odore del brodo di gallina e la sicurezza di avere una madre e un padre che non muoiono mai

bevo vino rosso, tanto

intonso,

buono,

più del solito, rotondo

Non sento più niente,

sento tutto,

faccio il teatro delle ombre, la notte, al camino,

le mani stanche

arrotolate sulle nocche

le dita come

zampironi rancidi,

litigo soave con i riccioli

dei miei capelli,

faccio colazioni e merende di burro

- indimenticabile la morbidezza del latte -

provo

ad accorciare le giornate

guardo

uomini che piangono - ne soffro dentro -

Continuo ad avere paura dei topi

divoro

non mi divoro più

Cammino tra gli alberi frondosi con le canzoni del sud alle orecchie

Ma se ti chiamo ora dormi già?

Ho trovato una radice di asparago, ieri

come te l'avrei spiegata?

Un ramo ritorto, non è di nocciolo,

come te l'avrei spiegato?

Una coreografia di resina rappresa

- la metto nel fuoco,

ci benedico gli addii -

una radice interna, un utero capovolto

come te l'avrei spiegata?

Sono viva, sono lontana, forse sono ancora viva.

bottom of page